L’istituto Tecnico Economico e Tecnologico “Girolamo Caruso” di Alcamo, in sinergia con il Comune di Alcamo e la Regione Siciliana, sperimenta, per l’Ambito 27 della provincia di Trapani, un percorso residenziale in cui ambiente, competenze trasversali e innovazione pedagogica diventano parte dello stesso processo. Un modello che guarda anche alla formazione organizzativa e alle imprese.
La formazione non dipende soltanto da ciò che si insegna. Contano il metodo, le relazioni e, sempre di più, il contesto nel quale le persone sono chiamate ad apprendere. È da questa impostazione che nasce l’esperienza promossa dall’ITET “Girolamo Caruso” di Alcamo a Testa di Monaco – Natural Beach, a Capo d’Orlando: un percorso residenziale dell’Ambito 27 che prova a spostare il baricentro della formazione dall’aula all’esperienza.
Dietro la scelta c’è una precisa visione dell’istituto e della sua dirigente scolastica, Vincenza Mione: considerare l’innovazione non come semplice introduzione di nuove tecnologie o metodologie, ma come capacità di riprogettare l’intero ecosistema dell’apprendimento.




Una prospettiva che assume particolare interesse anche fuori dal mondo strettamente scolastico. Perché competenze trasversali, capacità di adattamento, collaborazione, leadership, gestione delle relazioni e consapevolezza professionale sono ormai parte del capitale umano richiesto anche dalle organizzazioni e dalle imprese.
È proprio su questo terreno che l’ITET Caruso sta cercando di costruire un modello riconoscibile.
Sotto la guida di Vincenza Mione, l’istituto alcamese ha scelto di investire sulla formazione per la fascia 0-6 come leva strategica, sperimentando percorsi nei quali la crescita professionale non venga separata da quella personale e relazionale.
La scelta di Testa di Monaco non risponde infatti soltanto a esigenze logistiche. La struttura, affacciata direttamente sul mare e inserita in un ambiente naturale, è stata utilizzata come parte integrante della progettazione formativa.
Spiaggia, terrazze, percorsi esterni e spazi aperti hanno consentito di alternare attività, tempi e modalità differenti. Il mare stesso è diventato parte del setting pedagogico: non uno sfondo, ma un elemento attraverso il quale lavorare su ascolto, percezione, relazione e capacità di osservare da prospettive differenti.
Yoga, meditazione, narrazione, movimento, attività sensoriali, momenti di silenzio e confronto hanno affiancato le attività formative più strutturate.
La dimensione residenziale ha inoltre permesso di superare uno dei limiti della formazione tradizionale: la frammentazione. Non più un corso racchiuso in alcune ore, terminato il quale ciascuno ritorna immediatamente alla propria quotidianità, ma un tempo condiviso nel quale apprendimento formale e informale possono continuare a contaminarsi.
In questa impostazione emerge il ruolo strategico della dirigente Vincenza Mione, che ha orientato l’ITET Caruso verso un modello di scuola aperto alla sperimentazione e alla costruzione di reti formative.
La scelta organizzativa è significativa: investire sulla qualità della formazione di chi opera nella scuola significa, indirettamente, investire sulla qualità dell’apprendimento degli studenti.
È un principio vicino a quello che le aziende definiscono sviluppo del capitale umano. Le competenze di un’organizzazione non coincidono infatti soltanto con la somma delle conoscenze tecniche dei singoli, ma comprendono capacità di collaborare, comunicare, affrontare problemi, adattarsi al cambiamento e costruire obiettivi condivisi.
E che per chiedere agli studenti di affrontare un mondo in trasformazione occorre mettere anche docenti e professionisti della formazione nelle condizioni di sperimentare, aggiornarsi e modificare il proprio modo di lavorare.
A fornire la cornice scientifica dell’esperienza è stata Paola Daniela Virgiliobis, pedagogista, docente universitaria e vicepresidente nazionale dell’ANPE – Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani.
Il principio da cui muove il percorso è che il luogo nel quale si apprende non sia neutrale.
Lo spazio può incidere sui processi cognitivi, emotivi e relazionali e, quando viene scelto intenzionalmente, può trasformarsi in un vero dispositivo pedagogico. L’apertura verso il mare, l’alternanza tra luoghi raccolti e spazi aperti, il movimento e il silenzio consentono, secondo questa impostazione, di costruire setting ad alta intensità esperienziale.






Ma il punto centrale è evitare che l’esperienza rimanga soltanto emozione.
La sfida è trasformarla in apprendimento misurabile, competenza e capacità riflessiva.
Ed è qui che progettazione pedagogica e organizzazione diventano determinanti.
L’esperienza condotta dall’ITET Caruso apre così una riflessione che supera il perimetro scolastico.
Gli stessi principi possono infatti trovare applicazione nella formazione aziendale: sviluppo delle risorse umane, team building, leadership, comunicazione organizzativa, gestione dei gruppi e competenze trasversali.
Allontanare temporaneamente le persone dai luoghi abituali di lavoro può produrre quella discontinuità che consente di osservare diversamente ruoli e comportamenti consolidati. Cambiando il setting, cambiano le relazioni e possono emergere dinamiche difficilmente visibili nella quotidianità di un ufficio.
Non significa, naturalmente, che sia sufficiente trasferire un corso davanti al mare perché questo diventi innovativo.
È la progettazione a fare la differenza.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’esperienza dell’ITET Caruso: il luogo non sostituisce il metodo, ma può potenziarlo quando viene inserito all’interno di un progetto coerente.
Il percorso di Capo d’Orlando restituisce così l’immagine di un istituto tecnico che prova ad ampliare la propria funzione. Non soltanto luogo nel quale preparare gli studenti a una professione, ma organizzazione capace di produrre e sperimentare modelli di formazione, costruendo un dialogo tra pedagogia, competenze e mondo del lavoro.
Per Vincenza Mione la partita si gioca proprio sulla capacità della scuola di anticipare i cambiamenti. Formare le nuove generazioni significa prepararle a professioni che evolvono rapidamente, ma significa anche insegnare loro quelle competenze umane che difficilmente possono essere automatizzate: relazione, responsabilità, creatività, adattamento e capacità di lavorare con gli altri.
Da questo punto di vista, l’investimento dell’ITET Caruso sul capitale umano assume una dimensione strategica.
La scuola diventa essa stessa un’organizzazione che apprende.
E Testa di Monaco, per alcuni giorni, ne è stato il laboratorio.
Tra il mare e gli spazi aperti di Capo d’Orlando, la sperimentazione dell’istituto alcamese lascia soprattutto un’indicazione: innovare la formazione non significa necessariamente aggiungere qualcosa. Talvolta significa cambiare il luogo, il tempo e le condizioni nelle quali si impara.
Perché prima delle tecnologie, dei programmi e delle organizzazioni ci sono le persone. Ed è dalla qualità delle persone — e dalla capacità di continuare a formarle — che passa una parte decisiva della competitività di una scuola, di un’impresa e, più in generale, di un territorio.











