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Quando dietro la ribellione di un bambino c’è una richiesta di ascolto: a Calatafimi Segesta una giornata per capire e non lasciare soli i ragazzi

Ci sono comportamenti che, a prima vista, sembrano soltanto sfida. Uno sguardo duro, una risposta provocatoria, il rifiuto delle regole. Ma dietro quella ribellione spesso si nasconde molto di più: un bisogno di essere ascoltati, compresi, aiutati.

È partendo da questa consapevolezza che il 9 marzo, nell’aula magna dell’Istituto Comprensivo “Francesco Vivona” di Calatafimi Segesta, docenti, operatori sociali e famiglie si sono ritrovati per una intensa giornata di formazione dedicata ai disturbi del comportamento in età evolutiva, con particolare attenzione al Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP).

Un incontro che non è stato soltanto un momento di studio, ma soprattutto un gesto collettivo di responsabilità educativa.

L’iniziativa si inserisce nel progetto GENERAZIONE Z (CLP 2024-PE4-00108 | CUP J64C25000320004), finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – Missione 5 “Inclusione e Coesione”, nato con un obiettivo ambizioso: contrastare la povertà educativa nel Mezzogiorno e restituire ai giovani strumenti concreti di crescita, partecipazione e autonomia.

A promuovere il progetto è Terraferma Società Cooperativa Sociale, soggetto responsabile dell’intervento, insieme a una rete ampia e qualificata di partner: l’Azienda Sanitaria Provinciale di Trapani, il Comune di Castellammare del Golfo, l’Associazione EURO, l’Associazione Innovazione Sociale e Territoriale, l’Istituto Comprensivo Vivona di Calatafimi e l’Istituto Tecnico Economico e Tecnologico “Girolamo Caruso” di Alcamo.

Una vera comunità educante, unita dalla convinzione che nessun bambino debba essere lasciato solo davanti alle proprie difficoltà.

Protagonista della giornata è stato il dottor Paolo Pace, neuropsichiatra infantile, che ha guidato docenti e operatori in un percorso di comprensione dei comportamenti oppositivi che spesso emergono tra i banchi di scuola.

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio, ha spiegato lo specialista, si manifesta attraverso atteggiamenti persistenti di sfida, provocazione e difficoltà nel rispettare regole e figure di riferimento. Ma ridurre tutto a un problema disciplinare sarebbe un errore.

«Molti di questi comportamenti – ha spiegato – sono il modo in cui i bambini esprimono emozioni che non riescono a nominare».

Ecco perché il primo passo, per un educatore, non è la punizione ma la comprensione del contesto emotivo.

Il ruolo dell’adulto diventa allora decisivo. L’insegnante non è chiamato a sostituirsi ai genitori, né a essere semplicemente “buono” o permissivo. Il suo compito è diverso e più complesso: offrire punti di riferimento chiari, coerenti e affidabili.

Un passaggio fondamentale riguarda anche il rapporto tra scuola e famiglia. Quando i messaggi educativi sono contraddittori, i bambini si trovano in una zona di confusione che può rafforzare i comportamenti oppositivi. Al contrario, quando gli adulti lavorano insieme, si crea una rete di sicurezza capace di sostenere davvero il percorso di crescita.

Durante l’incontro si è parlato molto anche di educazione emotiva. Rabbia, frustrazione, paura, tristezza: emozioni normali nello sviluppo di ogni bambino, ma che possono trasformarsi in comportamenti problematici quando non vengono riconosciute e gestite.

La scuola, in questo senso, diventa uno spazio prezioso dove imparare non solo matematica o grammatica, ma anche il linguaggio delle emozioni.

Infine, il dottor Pace ha affrontato un tema delicato: quello del trattamento farmacologico. Un’opzione che non rappresenta la prima risposta, ma che in situazioni particolarmente critiche può diventare un supporto terapeutico necessario, sempre sotto la guida di specialisti.

La giornata di Calatafimi Segesta ha lasciato un messaggio forte tra i partecipanti: dietro ogni comportamento difficile c’è una storia da comprendere.

E proprio per questo il Disturbo Oppositivo Provocatorio non può essere affrontato da un solo attore educativo. Servono scuola, famiglia e servizi sanitari che lavorano insieme, capaci di intercettare precocemente i segnali di disagio e trasformarli in opportunità di crescita.

Perché ogni bambino, anche quello che sembra dire sempre “no”, in realtà sta chiedendo qualcosa di molto più profondo.

Sta chiedendo di non essere lasciato solo.

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