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«Non solo Mizzica», il siciliano torna a parlare ai giovani attraverso le storie dei nonni

Ad Alcamo il progetto dell’ITET “Girolamo Caruso” intreccia lingua, memoria e cinema. Il sostegno dell’assessorato guidato da Mimmo Turano e la regia educativa della dirigente Vincenza Mione rendono possibile il dialogo tra generazioni.


ALCAMO — Una lingua vive nelle persone che la parlano, nelle storie che custodisce, nelle parole con cui si raccontano un amore, una fatica, un’assenza. All’Istituto Tecnico Economico e Tecnologico “Girolamo Caruso” di Alcamo, gli studenti hanno cercato queste parole nei racconti degli anziani. Ne è nato «Caro nonno raccontami… le tue storie sono la mia eredità», un percorso che porta la lingua siciliana dentro la scuola attraverso la ricerca, l’ascolto e il cinema documentaristico.
L’iniziativa si inserisce in «Non solo Mizzica – Il siciliano, la lingua di un popolo», il programma sostenuto dall’Assessorato regionale dell’Istruzione e della Formazione professionale – Dipartimento dell’istruzione, dell’università e del diritto allo studio guidato da Mimmo Turano. La seconda edizione, disciplinata dalla circolare n. 5 del 2 aprile 2025, promuove l’utilizzo del siciliano nelle istituzioni scolastiche statali dell’Isola. Per il programma regionale la Regione ha annunciato uno stanziamento complessivo di 500 mila euro per il biennio 2025–2026.


È una scelta di politica educativa che riconosce alla lingua un valore pubblico: attraverso il siciliano si trasmettono conoscenze, consuetudini, modi di interpretare il mondo. Il ruolo strategico dell’assessore Turano consiste nell’aver sostenuto questa trasmissione con risorse e strumenti rivolti alle scuole, affidando alla formazione delle nuove generazioni una parte della tutela del patrimonio culturale dell’Isola.
Ad Alcamo, quell’indirizzo trova una traduzione concreta nel lavoro della dirigente Vincenza Mione, che ha individuato nel documentario il linguaggio con cui avvicinare gli studenti alle tradizioni e alle esperienze degli anziani. La sua impostazione educativa mette insieme conoscenza del territorio e competenze contemporanee: raccogliere una testimonianza, comprenderla, scriverne una sceneggiatura e trasformarla in immagini richiede metodo, sensibilità e responsabilità.
Il punto di partenza sono gli incontri nelle famiglie, nei circoli e nei luoghi frequentati dagli anziani. Gli studenti ascoltano racconti personali, raccolgono espressioni, ricostruiscono episodi. Il siciliano emerge nella sua dimensione quotidiana, con le sfumature affettive e i significati che ogni narratore affida alla propria voce.
La sua importanza diventa evidente proprio durante queste conversazioni. Una parola può conservare la memoria di un mestiere; un modo di dire può raccontare un rapporto familiare; un “cuntu” può restituire valori e abitudini di una comunità. Studiare questo materiale significa imparare a leggere la storia anche attraverso le fonti orali e riconoscere il valore culturale delle esperienze delle persone comuni.
Al centro del cortometraggio c’è Pietro Artale, protagonista di un racconto che attraversa l’amore, i ricordi e la solitudine della terza età. La sua testimonianza permette ai ragazzi di avvicinarsi a temi sociali ed emotivi attraverso una relazione diretta. Prima della videocamera viene l’ascolto: trovare il tempo per una domanda, accogliere una pausa, comprendere il peso di un ricordo.


Il regista Carlo Palmeri accompagna gli studenti nella scoperta del processo creativo e tecnico del documentario; Marco Di Giovanni li supporta nelle riprese; la docente Gisella Di Gregorio svolge il ruolo di tutor e coordinatrice. I ragazzi partecipano alla scrittura della sceneggiatura e alla scenografia, sperimentando il passaggio dalla testimonianza al racconto cinematografico.
Il percorso comprende inoltre ricerca, trascrizione e analisi dei testi, con rielaborazioni musicali e teatrali. Storie, leggende, filastrocche e incontri con i custodi delle tradizioni popolari alimentano un lavoro nel quale le competenze tecniche si accompagnano alla capacità di collaborare, comunicare e affrontare problemi. La lingua siciliana diventa così materia di apprendimento e strumento di espressione.
Il contributo di Mione sta nella capacità di collegare queste attività in un progetto educativo unitario, nel quale gli anziani assumono il ruolo di testimoni e gli studenti quello di ricercatori e autori. La scuola offre uno spazio di incontro tra generazioni che hanno occasioni e abitudini comunicative differenti, facendo della memoria condivisa un’esperienza di partecipazione.
Alla restituzione pubblica del lavoro hanno preso parte Pietro Artale, i docenti Gisella Di Gregorio e Andrea Grillo, la dirigente Vincenza Mione e il sindaco di Alcamo Domenico Surdi, con la moderazione del docente Enzo Giuseppe Munna. Il confronto con la cittadinanza estende oltre le aule il significato dell’iniziativa.


La conservazione e la condivisione dei materiali prodotti possono dare continuità a questo lavoro: le voci raccolte diventano documenti da riascoltare, studiare e affidare ad altri studenti. Qui si incontrano il sostegno istituzionale promosso da Turano e l’azione scolastica guidata da Mione. Le risorse pubbliche rendono possibile il percorso; la scuola le trasforma in relazioni, conoscenze e occasioni espressive.
Per il siciliano, il risultato più significativo è trovare nuovi interlocutori. Ragazzi capaci di riconoscere nelle parole dei nonni una parte della propria storia e di darle voce con gli strumenti del presente.

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